Sabato pomeriggio si sono svolte due manifestazioni in due delle maggiori città del nostro Paese: Milano e Roma.
All’apparenza le due manifestazioni erano uguali. Alla vista di un osservatore distratto, poco attento sarebbero sembrate simili.
Approfondendo leggermente i profili e i contenuti di Piazza San Giovanni a Roma e di Piazza Sempione a Milano, invece, il risultato è quello di due posizioni diametralmente opposte.
Sia chiaro, non si parla dei partecipanti ma degli organizzatori. Viviamo “nell’epoca della comunicazione”. L’epoca in cui è più importante dire che fare, sembrare che essere.
Il contenitore è diventato più importante del contenuto.
E quindi la “pace” è diventata soltanto qualcosa da sventolare per rincorrere consensi facili eposizioni di interesse. Un tornaconto politico, nulla di più.
Dire “siamo a favore della pace” è come dire “voglio bene alla mamma”. Banalità inutile.
Ciò che conta davvero – ed è anche ciò che distingue profondamente Piazza San Giovanni a Roma da Piazza Sempione a Milano – è il “come” perseguire la pace.
Invasore e invaso non possono stare sullo stesso piano come qualcuno voleva far sembrare a Roma. La pacificazione ( cosa ben diversa dalla pace ) legittimerebbe “la legge del più forte”. Pacificare vuol dire accontentare l’invasore per fare in modo che molli la presa. Così facendo non dovremmo stupirci se dovesse accadere nuovamente. Nuove invasioni. Nuovo terrore.
Col risultato di averla persa per sempre, la pace.
Non può esserci pace se non si smette di parlare di “conflitto” e si inizia a parlare di “invasione”.
Non può esserci pace senza la resistenza che evita la distruzione.
Non può esserci pace senza libertà.
È questa la pace che vuole il popolo ucraino. Un popolo aggredito, calpestato. È questa la pace che, a gran voce, si sosteneva a Milano.
L’unica, vera pace.
Donato D’Aiuto



















































































