di Antonio Parrella
Non è una protesta qualsiasi quella in programma venerdì 8 maggio 2026 (dalle ore 10 alle 13), davanti al Ministero dell’Istruzione e del Merito, in viale Trastevere. È una vera e propria mobilitazione che racconta una frattura silenziosa, ma profonda, dentro la scuola italiana: quella dei dirigenti scolastici costretti a lavorare lontano dalla propria terra da quasi un decennio, spesso senza una prospettiva certa di rientro.

E così il Comitato Dirigenti Scolastici Fuori Regione scende in piazza a pochi giorni dall’incontro dell’11 maggio presso l’ARAN sul rinnovo del contratto dell’area dirigenziale “Istruzione e Ricerca” 2022–2025. Sul tavolo, una questione che per centinaia di dirigenti non è tecnica ma esistenziale: la mobilità interregionale. In appena 24 ore, la proposta del Comitato ha già raccolto centinaia di adesioni. Un numero che non è solo rappresentanza: è il segno di una sofferenza diffusa, protratta negli anni.

La richiesta è chiara: destinare il 100% dei posti vacanti e disponibili alla mobilità, stabilizzando finalmente una misura che negli ultimi tre anni è stata affidata a interventi emergenziali e a una gestione non sempre percepita come imparziale.
Non si tratta di privilegio, ma di riequilibrio. Prima di assumere nuovi dirigenti, pur meritevoli, è giusto riconoscere il merito di chi serve lo Stato lontano da casa da anni. Dietro le formule tecniche ci sono vite concrete: affitti doppi, viaggi continui, famiglie divise. A questo si aggiunge oggi il peso del caro carburante, che incide in modo significativo sui bilanci personali: tra spostamenti e rientri, una quota rilevante dello stipendio viene assorbita dai costi di mobilità.
“Tre anni consecutivi di emendamenti d’urgenza non sono la soluzione: sono la prova del problema – spiegano dal Comitato – mandiamo avanti scuole complesse, spesso al Nord, lontano da casa per anni. Cresciamo i nostri figli a distanza. Chiediamo che il nuovo contratto riconosca un diritto già affermato: tornare a casa, prima di assumere altrove”.
Il nodo non è solo umano, ma anche amministrativo: una mobilità regolata in modo stabile ridurrebbe il contenzioso e restituirebbe funzionalità a un sistema oggi inceppato.
Tra i punti più critici emerge una fotografia disordinata del sistema:
- regioni con organici saturi che continuano a bandire concorsi
- sanatorie che si sovrappongono ai posti già programmati
- blocchi che impediscono il trasferimento anche a chi ha diritto alla tutela della legge 104
- accorpamenti e dimensionamento che riducono il numero delle dirigenze
- innalzamento dell’età pensionabile che trattiene in servizio invece di liberare posti
Il risultato è un paradosso: meno scuole disponibili, più rigidità, meno mobilità.
Le voci dal presidio

Tra i dirigenti campani fuori regione saranno presenti anche Nazario Malandrino (nella foto in alto) e Nicola Ingenito, tra i promotori delle istanze che verranno portate al Ministero.
Malandrino individua con chiarezza il nodo politico. “Non chiediamo deroghe né scorciatoie – dice il dirigente scolastico – chiediamo che si passi dalla logica dell’urgenza all’urgenza di una logica: un sistema. Mobilità sul 100% dei posti disponibili, niente nulla osta e possibilità di presentare domanda ogni anno dopo il primo triennio”.
Poi Malandrino entra nel merito delle criticità operative.“E’ necessaria una piattaforma realmente funzionante, con scorrimento continuo delle domande. Se un posto si libera, deve andare a chi ha già chiesto di rientrare. Lo scorso anno è accaduto il contrario: posti destinati direttamente a nuove assunzioni, ignorando chi attende da anni”.
Il preside Ingenito (nella foto sotto) insiste su un equivoco da sciogliere. “La mobilità non sottrae posti alle assunzioni. Le graduatorie del concorso ordinario, soprattutto al Centro-Sud, sono esaurite o in via di esaurimento. Qui si tratta di riequilibrare un sistema”.

Inoltre, il dirigente scolastico si sofferma sul punto umano. “Parliamo di diritto alla vita familiare. Non è sostenibile vivere tra due città per anni, sostenendo costi sempre più elevati per affitti, bollette e trasporti. Serve un sistema normativo che consenta di programmare la propria vita. Deve essere valorizzata l’anzianità di servizio fuori regione. E va applicato il turnover dei sacrifici: chi ha già dato per anni deve poter rientrare”.
Una vertenza che riguarda tutta la scuola
Quella dei dirigenti scolastici fuori regione non è una rivendicazione corporativa. È una questione che riguarda la qualità stessa del sistema educativo. Dirigenti più stabili, meno costretti a vivere lontano dalle proprie comunità, spesso da quasi un decennio, sono dirigenti più efficaci, più presenti, più radicati. Dunque il presidio del prossimo 8 maggio non sarà solo una protesta. Sarà una richiesta di equilibrio, di razionalità, di giustizia.
“Perché – si legge in una nota del Comitato – questi dirigenti allo Stato hanno già dato molto. E ora chiedono, semplicemente, di poter tornare a casa”.















































































