La Fenice teatro cultura: dove tutto è finto, ma spaventosamente autentico
C’è un preciso momento, poco prima che il sipario si apra, in cui Roberto Arabiano, attore, regista e Presidente della Compagnia teatrale La Fenice teatro cultura, si chiede: “Chi me l’ha fatto fare?” Dura giusto un istante, quello che precede l’adrenalina e la vita che scorre sul palco. Poi entra in scena, o guarda i suoi ragazzi farlo, e tutto torna al suo posto. Perché il teatro, per lui, è una necessità. Una forma di pedagogia. Una cura.
Lo dice con naturalezza, come se fosse scontato che la scena e la didattica siano due facce della stessa medaglia. In fondo, racconta, il teatro gli ha insegnato tutto: a parlare, a esporsi, a superare la timidezza che da bambino lo paralizzava. Lo racconta con una sincerità disarmante: «Forse non mi definisco né docente né attore né regista. Mi definirei pedagogo». Una parola che raccoglie tutto: l’arte, l’insegnamento, la responsabilità verso chi cresce. La sua storia comincia da bambino, otto anni appena, timidissimo. Una maestra che lo incoraggia a interpretare un ruolo che non vuole fare, la paura di esporsi. Poi, un giorno, la metamorfosi: «Io sul palco mi trasformavo». Da quel momento, il teatro diventa la sua lingua, il suo modo di stare al mondo.
È per questo che oggi, quando vede i suoi allievi cambiare, aprirsi, trovare voce, prova la soddisfazione più grande: «Io sono la testimonianza viva dei benefici del teatro». Il teatro può guarire, sciogliere, liberare. La compagnia teatrale nasce nel 2010, è cresciuta con lui e lui con lei. Da un solo spettacolo all’anno a quattro produzioni, da un piccolo gruppo a una realtà che conta quaranta membri, molti dei quali arrivati dai laboratori scolastici che lui stesso ha fondato e condotto.
«Questa associazione è nata per i giovani. Lo faccio per loro», per coltivare una generazione che rischia di non conoscere più il valore della cultura. E loro rispondono: superano balbuzie, timidezze, insicurezze, affrontano testi difficili, scoprono la memoria, la disciplina, la passione. Il suo sguardo sul presente è lucido, a tratti amaro: «Il livello culturale si è abbassato», per questo insiste, ogni anno, nel proporre almeno uno spettacolo che faccia riflettere. Perché il teatro non è solo risata: è voce del popolo, protesta, coscienza. È Grecia antica, è Eduardo, è quel sorriso che non è mai risata piena, ma pensiero. Ai suoi ragazzi dice sempre di uscire dalla zona di comfort: chi è comico deve affrontare il drammatico, e viceversa. «Bisogna essere versatili. Le due maschere, quella che ride e quella che piange, sono entrambe necessarie».
Diventare regista non è stata una scelta, ma una necessità: un collega che abbandona, una compagnia da portare avanti. Oggi, però, quella responsabilità è diventata identità. C’è un rituale sacro: il cerchio dietro le quinte, il “merda, merda, merda”. «Quando andiamo in scena siamo un’unica persona. Una macchina fatta di piccoli ingranaggi» . È lì che la compagnia diventa famiglia. È lì che si sente vivo. Il teatro, per lui, non è un mestiere, è un seme. La sua è una regia aperta, uno spazio che ascolta, accoglie le idee degli attori ed è lo scambio intergenerazionale che rende il teatro vivo, fertile, necessario.
«Io ho una regia improntata molto sull’emotività. Non cerco la perfezione tecnica. La tecnica è importante, certo, ma fino a un certo punto. L’emotività o ce l’hai o non ce l’hai». Per lui un attore è pronto quando comprende davvero il cuore del personaggio. La dizione, le pause, la gestualità si possono costruire. L’anima no.
Quando gli viene chiesto quale sia la responsabilità di una compagnia teatrale nel mondo di oggi, risponde con una sincerità quasi brutale: «Sopravvivere». Fare cultura è diventato difficilissimo: costi altissimi, zero aiuti, burocrazia, materiali che costano il doppio. «Siamo su una zattera che perde pezzi. Lo spettatore vede solo il 10% del lavoro. Il resto è fatica invisibile».
Il teatro è un luogo in cui si cresce, si cambia, si impara a stare al mondo, è per questo che desidera eliminare la distanza, far sentire allo spettatore il peso delle emozioni.
Il 16 e 17 Maggio ritorna in scena Avendo, Potendo, Pagando, uno spettacolo che la compagnia portò in scena nel 2010, il primo della loro storia. Oggi riproposto per chiudere un cerchio, con una maturità completamente diversa: «Avevo 26 anni. Oggi ne ho 42».
Alla domanda “Qual è il gesto o il dettaglio che definisce la tua regia in questo lavoro?”, risponde: «I silenzi».
In Avendo potendo pagando, i silenzi sono metamorfosi: cambi di atteggiamento, verità non dette, tensioni che esplodono senza parole. E quando gli viene chiesto “Qual è il messaggio che vuoi lasciare allo spettatore con questo spettacolo?”risponde con una lucidità spiazzante e con la calma di chi ha guardato a lungo dentro l’animo umano: «Che essere buoni è difficilissimo. Essere cattivi è molto più facile». La cattiveria, per lui, è una scelta. Una porta che si apre con troppa facilità. «Si decide di essere cattivi», afferma. «Le persone cattive non si vedono cattive. Si credono sempre dalla parte del giusto. Non si mettono mai in discussione». E allora il suo teatro diventa uno specchio che non riflette il volto, ma la coscienza. Nel suo spettacolo, il protagonista attraversa una metamorfosi che non è solo drammaturgica, ma spirituale: dopo aver sfiorato la vendetta, la scorciatoia più umana, la più immediata, sceglie il bene. Sceglie la strada più lunga, più scomoda. È un gesto che nella vita reale, dice, pochi avrebbero il coraggio di compiere. Il suo teatro non consola: interroga. Non accarezza: scava. Non offre risposte: apre varchi. E il varco più scomodo è proprio questo: riconoscere che la bontà è un esercizio quotidiano. Il suo messaggio, alla fine, è un invito silenzioso: guardarsi allo specchio senza indulgere, senza autoassolversi, senza rifugiarsi nel “sono fatto così”. Perché il teatro, il suo teatro, serve a questo: a rimettere in discussione ciò che nella vita tendiamo a lasciare intatto. Alla domanda “Che cosa può offrire il teatro rispetto ai social e alla velocità che caratterizza il mondo di oggi?”, risponde: «La lentezza». La lentezza come antidoto al mondo moderno. Una lentezza preziosa, quasi rivoluzionaria. «Il teatro ti costringe a fermarti. A riprovare. A sbagliare. A rimetterti in discussione. È un insegnamento di vita».
Avendo potendo pagando torna in scena al Teatro De Rosa di Frattamaggiore il 16 Maggio alle 20.30 e il 17 Maggio alle 18.30. Un’occasione per chi ama il teatro e, per chi ancora non lo fa, di scoprire quanto possa toccare. Perché certe emozioni si provano solo le luci si abbassano, si apre il sipario e tutto può succedere.
Carmela Papa
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