Whatsapp e social – I ragazzi non sanno più scrivere
La comunicazione tra persone fino a pochi anni fa era prevalentemente orale. Con la nascita dei social i ragazzi possono usufruire di molteplici strumenti di comunicazione basati sulla parola scritta tanto da essere considerata questa la generazione che ha scritto più di tutte. Per tutte le parole scritte sui social non basterebbero milioni e milioni di risme. Ma forse meglio così dato che quelle parole bastano solo per messaggi, comunicazioni brevi ed il più delle volte messe a caso senza seguire le regole della grammatica. Anzi, sembra quasi che la grammatica e la sintassi non siano necessari per mandare un Whatsapp o scrivere uno status Facebook, un post di Instagram o un tweet.
La colpa di certo non è dei social e della velocità richiesta e della velocità che è alla loro base ma di chi li usa. Non potrà mai essere colpa solo di un mezzo, ma di chi lo usa e soprattutto l’uso che ne fa. Nel mondo social di oggi si deve rispondere in fretta, comprimere, inviare e ricevere in tempi record, magari su più app social contemporaneamente con persone diverse. Quindi a scrivere i ragazzi scrivono tanto ma, allo stesso tempo, non sanno scrivere un testo complesso, senza commettere errori di vario genere. Questo è il risultato di uno studio che ha coinvolto 2.137 studenti di 45 atenei italiani e riportato da La Repubblica. A guidare lo studio è stato Nicola Grandi, professore di glottologia e linguistica a Bologna, capofila del progetto condotto insieme alle università di Pisa, Macerata e all’università per stranieri di Perugia. I ragazzi che hanno partecipato allo studio hanno dovuto scrivere un testo formale tra le 250 e le 500 parole, in cui bisognava descrivere la propria esperienza durante il lockdown. Gli elaborati sono stati poi corretti in base a diversi parametri, tra cui lessico, sintassi e punteggiatura. Dalla correzione di tali elaborati è emerso un dato non affatto trascurabile ovvero per ogni elaborato sono presenti in media 20 errori, di cui la metà di punteggiatura. Si potrebbe addirittura parlare di un “parlato digitato” come sostiene l’esperto. C’è una scarsa articolazione sintattica. Ma dalla ricerca è emerso dell’altro. Solo il 17,5% del campione legge più di dieci libri in un anno, mentre il 52% legge cinque volumi in 12 mesi. Un altro dato emerso è chi frequenta un ateneo del Nord ha un lessico più variegato rispetto a chi è iscritto in un’università del centro Italia. Chi viene dal liceo è più bravo con le parole. E tra questi chi conosce lingue antiche fa in media 2,46 errori in meno. Inoltre, il numero di strafalcioni commessi cala progressivamente passando da studenti provenienti dalla classe socioeconomica bassa a quelli di medio alta, per poi aumentare nuovamente tra chi appartiene ai ceti più agiati.
Eppure fino a qualche decennio era considerato sacrilegio scrivere K al posto di CH. Ora invece come sosteneva il sociologo e filosofo Mcluhan il linguaggio che si usa è parte integrante del messaggio stesso.
M. Alessandra Celardo
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