Commissioni regionali, il vero stallo è nel Pd: correnti, veti incrociati e il peso degli equilibri futuri
La fumata nera sulle Commissioni consiliari della Campania è solo la parte visibile di una partita politica molto più profonda. A poche ore dalla prossima seduta del Consiglio regionale, lo stallo non nasce tanto dalla difficoltà di distribuire gli incarichi tra i partiti della maggioranza, quanto dall’incapacità del Partito Democratico di chiudere una sintesi interna su nomi e assetti di potere.
Al Pd spettano tre presidenze di Commissione, ma proprio questa dote si è trasformata in un terreno di scontro tra correnti e aree politiche che guardano ben oltre l’attuale assetto consiliare. Secondo quanto filtra dai corridoi, il confronto non riguarda solo “chi” dovrà presiedere le Commissioni, ma “quale area” dovrà rafforzarsi in vista dei prossimi passaggi politici, a partire dalle elezioni europee e dal futuro assetto del partito in Campania.
Alcuni consiglieri, inizialmente dati per favoriti, sarebbero stati bloccati da veti incrociati maturati nelle ultime ore. Veti che non sempre hanno motivazioni formali, ma rispondono alla logica del bilanciamento interno: concedere una presidenza oggi significa rafforzare una posizione domani. È questo il vero freno alla trattativa, più ancora delle questioni numeriche.
In questo contesto si inserisce il rapporto complesso con il presidente Roberto Fico. Il Movimento 5 Stelle e la lista Fico Presidente mantengono una linea attendista, ma non neutra. L’impressione, condivisa da più osservatori, è che i pentastellati non intendano chiudere alcun accordo finché il Pd non avrà chiarito i propri equilibri interni, evitando così di restare schiacciati in una mediazione tutta dem. Una prudenza che riflette anche le tensioni mai del tutto sopite tra le due principali anime della maggioranza.
Il ruolo di Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e figura di raccordo dell’area progressista, viene descritto come quello di un mediatore silenzioso, impegnato a tenere aperti i canali di dialogo senza esporsi direttamente. Un lavoro sotterraneo che punta a evitare una rottura politica proprio nel momento in cui la maggioranza dovrebbe mostrare compattezza.
Sul fronte delle forze minori, le mosse sono più esplicite. Avanti Psi ha blindato il nome di Giovanni Mensorio, anticipando tutti e mettendo al riparo la propria posizione. In A Testa Alta, il confronto tra Porcelli e Cascone è la spia di una competizione interna che riguarda la leadership del movimento più che la singola Commissione.
La scelta di Casa Riformista di rinunciare all’Ufficio di Presidenza per ottenere una presidenza di Commissione con Enzo Alaia viene letta come una mossa tattica di lungo periodo: meno visibilità istituzionale, ma maggiore capacità di incidere sui dossier. Una scelta che, però, ha ristretto ulteriormente gli spazi per Noi di Centro e Alleanza Verdi Sinistra, rimaste escluse e tutt’altro che rassegnate a un ruolo marginale.
Il timore, sempre più diffuso nei corridoi di Santa Lucia, è che la partita sulle Commissioni diventi il primo vero test di tenuta politica della maggioranza regionale. Se il Pd non riuscirà a sciogliere i propri nodi interni, lo stallo rischia di protrarsi e di trasformarsi in un segnale di debolezza strutturale. Un segnale che l’opposizione osserva con attenzione, pronta a sfruttare ogni crepa in una maggioranza che, almeno per ora, appare meno compatta di quanto i numeri lascerebbero intendere.


















































































