Il Mito di Er: Michele Auletta e il coraggio di dare forma al destino
Alla Galleria Le Botteghelle, un viaggio nell’anima tra Platone e contemporaneità
FRATTAMAGGIORE – Ci sono mostre che si guardano. E poi ci sono mostre che si attraversano, come soglie. Il Mito di Er, alla Galleria Le Botteghelle, appartiene a questa seconda categoria: non si limita a esporre opere, ma invita a compiere un passaggio, quasi un rito silenzioso, dentro il mistero della scelta.
A guidare questo viaggio è Michele Auletta, artista e curatore, che costruisce un percorso capace di tenere insieme filosofia e carne, materia e destino. Non impone una visione: la riconosce. La scopre nei lavori degli altri artisti, come se quel mito antico fosse già lì, nascosto, in attesa di essere portato alla luce.
Il mito come intuizione, non come tema
Nel X libro della Repubblica, Platone racconta di Er, il soldato che torna dall’aldilà e narra ciò che ha visto: anime sospese davanti a infinite possibilità di vita, chiamate a scegliere. Nessuna imposizione divina. Nessun alibi. Solo responsabilità.
È proprio questo nodo – vertiginoso e umano – che Auletta intercetta. E lo fa con un gesto raro: ascoltando.

Le opere in mostra non nascono per il mito. Eppure lo contengono. Come se ogni artista, inconsapevolmente, avesse già sfiorato quella domanda: chi siamo, quando scegliamo chi essere?

Un percorso che somiglia a una discesa (o a una risalita)
Si entra e subito si perde l’equilibrio.
Le figure di Anna Maria Saviano non hanno peso: si dissolvono, vibrano, sembrano anime prima ancora di diventare corpi. Non c’è appoggio, non c’è terra. Solo un passaggio, una trasformazione in atto.
Poi arriva la concretezza, quasi brutale, di Giovanni Battimiello. Una valigia trasparente: semplice, ma ineludibile. Dentro, tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo. La scelta è lì, esposta. E fa paura proprio perché è libera.
La necessità che prende forma
Con Amedeo Sanzone, la materia si curva, si tende, si illumina. Le sue sculture sembrano respirare una legge invisibile: quella stessa necessità che, nel mito, tiene insieme il cosmo. Non c’è rigidità, ma una tensione viva, come un filo che si piega senza spezzarsi.
Ed è qui che il percorso trova il suo centro.
Michele Auletta: il volto della scelta
Le opere di Auletta non chiedono di essere osservate: chiedono di essere incontrate.
Volti che emergono da superfici ferite, corpi che sembrano nascere o dissolversi, materia che si stratifica come memoria. E poi l’oro. Un oro che non è decorazione, ma rivelazione.
È l’attimo in cui qualcosa si accende.

Nel mito, Platone scrive: la responsabilità è di chi sceglie. Auletta traduce questa frase in immagine. Nei suoi lavori, la scelta non è un concetto: è una ferita luminosa, un punto di passaggio tra ciò che siamo stati e ciò che decidiamo di essere.
Le sue figure non sono mai ferme. Cadono o salgono? Non è dato saperlo. Ed è proprio in questa ambiguità che si apre lo spazio più autentico: quello della libertà.
La materia che decide da sola
Con Giacomo Montanaro, la mano dell’artista si ritrae. La materia agisce, reagisce, genera. Le superfici corrose diventano mappe di possibilità, vite non ancora vissute.
Guardarle significa trovarsi davanti a un catalogo di esistenze. Nessuna è completa. Nessuna è scelta. Ancora.
L’ultima stanza: il silenzio della decisione
Poi, alla fine, il tempo si ferma.
Massimiliano Mirabella costruisce uno spazio che ha qualcosa di sacro. Una testa di toro, antica e spezzata, occupa il centro. Attorno, frammenti di storie, tracce di passaggi.
Qui non si sceglie più.
La scelta è già avvenuta.
Il toro non è simbolo: è conseguenza. È il peso di una decisione che non può essere revocata. E la stanza, con la sua struttura quasi liturgica, diventa un altare laico dedicato al destino.
Auletta e la necessità della bellezza pensante
Ciò che rende Il Mito di Er una mostra necessaria non è solo la qualità delle opere. È la sua urgenza.
In un tempo che consuma immagini senza fermarsi, Michele Auletta costruisce un’esperienza che costringe a rallentare, a interrogarsi, a sentire il peso delle proprie scelte.

La sua forza sta nell’aver fatto un passo indietro per far emergere qualcosa di più grande. Non un tema, ma una verità condivisa.
Che la classicità non è mai passata.
Che Platone non è mai stato lontano.
Che ogni vita, ancora oggi, è un atto di responsabilità.
E che, in fondo, siamo tutti come Er: testimoni di un passaggio, chiamati – ogni giorno – a scegliere chi diventare.


















































































