DONNE IN POLITICA, SOLO QUOTE ROSA?
Giorgia Meloni, Elly Schelin, Kamala Harris, Ursula von derLeyen sono solo alcuni dei nomi di donne che ricoprono cariche nel campo della politica. Giunti ormai al 2025 possiamo affermare che, sia a livello nazionale che internazionale, siano stati particolarmente significativi i progressi in merito all’occupazione femminile in questo settore. Eppure, molto spesso, si pensa sia tutta una questione di “quote rosa”…ma cosa sono?
Con “quote rosa” indichiamo un numero di posti riservato esclusivamente alle donne nell’organico di determinate strutture pubbliche e private; sono misure che vengono introdotte per garantire un numero minimo di rappresentanza femminile in ogni settore della società, tra cui anche quello politico. L’idea nasce sulla base di un ragionamento tutt’oggi attuale: senza questa normativa, i meccanismi sociali e culturali tenderebbero a perpetuare la disparità di genere e a favorire più figure maschili, limitando alle donne accesso a determinati ambiti. Tra gli obiettivi principali c’erano anche il miglioramento qualitativo delle decisioni e la stimolazione ad un cambiamento culturale, che potrebbero portare in futuro a non avere più bisogno di tali normative. Non esiste un anno di creazione unico delle quote, poiché sono state introdotte nei vari paesi e settori in momenti diversi.Tra questi paesi c’è anche l’Italia, la quale ha introdotto tale sistema gradualmente: la prima volta fu nel 2011, con la Legge Golfo-Mosca, che imponeva l’utilizzo delle quote nei consigli delle amministrazioni di aziende quotate in borsa; successivamente, nel 2012, introdusse anche la legge 215, che imponeva l’uso delle quote di genere nelle liste elettorali, al fine di garantire una maggiore presenza femminile in politica.
Nonostante queste misure, la rappresentanza politica femminile italiana è ancora molto inferiore rispetto a quella maschile, seppur conti Giorgia Meloni come presidente del Consiglio dei ministri dal 2022, prima donna ad occupare tale carica .
Questo è un argomento di frequente dibattito, in quanto in molti sostengono, come si evince dal titolo, che l’occupazione femminile possa essere dettata SOLO dalle quote rosa, e non dalla meritocrazia o da un incremento di votazioni da parte dei votanti. Non a caso, tali quote vengono spesso definite discriminatorie, perché indicano la presenza di una donna in un determinato ambito non per “qualità”, quanto più per quantità, per via della sola attuazione della normativa. Contrariamente a quanto si possa pensare, le quote non donano un accesso diretto a cariche d’occupazione elevate, anzi spesso i ruoli ottenuti sono anche piuttosto marginali. C’è insomma una visione del tutto sbagliata.
Sappiamo bene che le donne sono sempre state considerate il sesso debole, che non doveva avere un’occupazione in ambito lavorativo, perché a portare i soldi a casa doveva essere solo ed esclusivamente il marito. La realtà è che continuiamo a vivere in una società che finge di essere di mentalità aperta, ma che nasconde (neanche troppo bene) dentro di sé i resti di una cultura maschilista e patriarcale. Tutto ciò dovrebbe essere ormai passato,, ma sfortunatamente continua ad essere attuale. Come affermava Simone De Beauvoir –una delle prime femministe– nella sua opera “Il Secondo Sesso”, il femminismo non comporta una visione di “donna superiore all’uomo”, bensì tratta un livellamento dei due sessi: le donne devono essere poste sullo stesso livello degli uomini, né al di sopra né al di sotto. Se in passato avessimo fatto questo “salto di qualità”, adesso non ci ritroveremmo ad avere necessità dell’intervento della legge, né tantomeno a doverci confrontare con salari distinti in base al sesso del lavoratore.
Alla luce di queste considerazioni, è evidente che le quote rosa non siano né un privilegio né un’ingiustizia, ma piuttosto un mezzo per colmare un divario ancora esistente. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di raggiungere una parità reale, in cui il merito e le capacità siano gli unici criteri di selezione, senza la necessità di interventi normativi. Finché ciò non sarà possibile, strumenti come le quote rimarranno essenziali per garantire una maggiore inclusione e per scardinare quei pregiudizi che continuano a condizionare la nostra società. Il vero progresso non sarà l’eliminazione delle quote, ma il giorno in cui non ne avremo più bisogno.
Gabriella Costanzo



















































































