Indebitato e divorziato, lo sfortunato Seong Gi-hun (Lee Jung-jae) vuole ricongiungersi a sua figlia e ottenerne l’affidamento, mentre lotta col senso di colpa per l’incapacità di aiutare la sua anziana madre. L’uomo ha un problema con il gioco d’azzardo. Il suo debito è enorme, impossibile da sanare e i suoi creditori sono alle porte. Gi-hun non ha altra scelta che Squid Game, un gioco con una regola tanto semplice quanto crudele: chi vince diventa immensamente ricco, chi perde muore.
Ted Sarandos, capo dei contenuti Netflix, ha dichiarato entusiasta che Squid Game, l’opera in nove puntate scritta e diretta dal coreano Hwang Dong-hyuk, è sulla buona strada per diventare la serie Netflix più vista di sempre. In effetti, essa sta dominando le classifiche di tutto il mondo ed è sbarcata sulla piattaforma di streaming soltanto il 17 settembre. Il successo è clamoroso, nonostante la premessa sia poco fantasiosa, avendo tratti affini a pellicole già viste. Eppure l’ideatore della serie ha affermato che la prima bozza della sceneggiatura, ispirata dalla sua passione per i fumetti, fu ultimata tra il 2008 e il 2009, ma al tempo non riuscì ad ottenere finanziamenti per essere prodotta. Tuttavia, già nel lontano 2000, Kinji Fukasaku presentava al pubblico giapponese Battle Royale, dove assistevamo a un gioco mortale a cui competeva una spietata classe di adolescenti; anche qui, solo l’ultimo studente avrebbe avuto il diritto di vivere. Avvicinandoci ai giorni nostri, non si può non pensare a Joker di Todd Phillips e a Parasite di Bong Joon-ho, con i quali Squid Game condivide i caratteri peculiari del suo DNA: denunciare la voragine che si frappone tra ricchi e poveri, provocare e far riflettere sulla violenza e sulla competitività della società contemporanea.
Squid Game è ambientata in Corea del Sud, dove 456 persone accettano di finire in una struttura da incubo, isolata dal resto del mondo, per gareggiare alla versione più brutale dei loro giochi d’infanzia con la promessa di un’enorme ricchezza: 45,6 miliardi di won (circa 33 milioni di euro). Meditare sulla competitività dei nostri giorni e su ciò che ognuno di noi è disposto a fare per la sopravvivenza, è forse uno dei segreti del successo della serie, uscita in un momento storico – quello della pandemia – che ci trova particolarmente attenti a tali considerazioni. Oltre ai richiami ai film sopraccitati, Squid Game si pone sulla scia del sotto genere esperimento sociale, che raccoglie in sé romanzi come La partita più pericolosa e Il signore delle mosche, film di successo come La notte del giudizio o Hunger Games o altre serie tv fresche d’uscita come The Wilds. In tutti i casi, un esperimento artificioso e alienante è detonatore delle più viscerali emozioni umane. Oggi come non mai siamo attratti da rappresentazioni di resilienza umana e Squid Game ha colto nel segno. Una storia di accanito attaccamento alla vita e di sconforto finanziario non può che colpirci nel profondo, lì dove risiedono ben saldi gli spettri della morte e della povertà.
Rispetto agli esempi già noti, Squid Game si distingue per alcuni tratti originali. Su tutti, la potenza delle immagini: è innanzitutto uno show e la spettacolarità è messa in primo piano. Il suo design visivo è già un marchio di fabbrica. Alcuni frame sono già entrati nell’immaginario collettivo: l’agghiacciante bambola meccanica, la luce verde o rossa, la busta blu o rossa, la tuta col numero stampato sul petto, le maschere con figure geometriche… Colori saturi e luci al neon dominano un ambiente nostalgico e terrificante, un set reale, senza trucchi grafici, che racchiude oltre quattrocento persone in una vastità spiazzante. La vivacità cromatica cozza con l’asetticità dell’illuminazione e destabilizza tanto quanto un gioco d’infanzia che si trasforma in un lago di sangue.
[Se non hai ancora visto la serie, fermati qui!]
Non c’è solo spettacolo però, ma anche sentimento. L’organico meccanismo ad incastro costruito dal regista, fonde scene del gioco, dove ognuno è uguale all’altro, a scene di vita, attraverso le quali scopriamo l’intima identità di ogni partecipante. Dialoghi ponderati ci permettono di conoscere un gran numero di personaggi, tutti diversi, ma tutti perfettamente connotati. Accanto a Seong Gi-hun troviamo Kang Sae-byeok (la straordinaria esordiente Jung Ho-yeon), disertrice nordcoreana che ha intenzione di utilizzare il premio in denaro per far emigrare la sua famiglia rimasta oltre il confine, Oh Il-nam (Oh Yeong-su), anziano al quale è stato diagnosticato un tumore al cervello, mentre dalla parte delle guardie c’è Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon), un poliziotto che si è infiltrato nel gioco con l’obiettivo di ritrovare il fratello scomparso. Ma poi ci sono anche un criminale, un immigrato, una coppia sposata… Non hanno nulla in comune, se non il fatto di essere tutti tremendamente disperati.
È vero, Squid Game non dice molto che non sia stato già detto su privilegi, povertà e crudeltà, ciononostante è interessante soffermarsi su come la violenza sia veicolo di messaggi sottili. Episodio dopo episodio, cliffhanger dopo cliffhanger, scopriamo che il gioco esiste per molte ragioni, tra cui il prelievo di organi umani dagli uccisi e l’intrattenimento e il divertimento di un gruppo di benestanti che scommettono sui risultati. Basterebbe questo a fare di essi delle persone ripugnanti, ma si intende spingere al massimo la loro spregevolezza, mostrando il tentativo di stupro che si verifica durante i festeggiamenti per il gioco. È a questo punto che ci rendiamo conto che sono addirittura peggiori di quando credevamo che fossero i peggiori. Il dialogo tra il vincitore del gioco e il suo ideatore, a chiusura di stagione, rivela che il gioco è stato appunto progettato per intrattenimento e per vedere fino a che punto le persone possono essere buone. Uno scopo così effimero, pagato al prezzo di così tante vite. Che un manipolo di ciarloni abbia il potere di decidere sulla vita o sulla morte di tanti, non sembra affatto una storia solo di fantasia. Eppure, mentre siamo pronti a indignarci per tutto questo, Squid Game ci ricorda che anche noi abbiamo goduto per il raccapricciante, che anche noi siamo stati spettatori compiaciuti.
Elena Sophia Vinchi


















































































