
I partiti alla (ennesima) prova della Politica.
E’ trascorso appena un anno da quando il Presidente della Repubblica Matterella doveva registrare l’incapacità dei partiti di esprimere un Governo politico e ricorrere alla migliore “riserva del Paese”, Mario Draghi, per dare vita ad un governo formalmente tecnico-politico che potesse essere all’altezza della complessità del periodo pandemico e in grado di garantire la redazione e la partenza del PNRR.
Era chiaro, allora, che al fallimento dei populisti (capitanati dal duo Di Maio- Salvini) con il governo Conte Uno aveva fatto seguito il fallimento del governo dei politici di professione (in primis, Renzi-Zingaretti) con il governo Conte bis, con la conseguenza che, come era già accaduto nella storia recente della repubblica con Ciampi, con Dini e con Monti, il sistema politico doveva ricorrere ad un non politico per fare ciò che la politica dovrebbe fare, ovvero governare la cosa pubblica.
E così siamo giunti ad un’altra prova che gli attuali esponenti politici nazionali sono chiamati a sostenere: il rinnovo del Capo dello Stato.
In un sistema democratico “normale” l’elezione del Capo dello Stato rappresenterebbe un appuntamento sicuramente importante, ma fisiologico, che i partiti politici dovrebbero affrontare come una delle esplicazioni del ruolo di rappresentanti del popolo.
In Italia, invece, eleggere il Presidente della Repubblica ha significato, almeno in questi giorni, la ripresa delle rivendicazioni aprioristiche da parte delle singole coalizioni, preoccupate esclusivamente di affermare un diritto di priorità nella scelta del Capo dello Stato e incapaci di andare oltre la scontata o equivoca elencazione delle caratteristiche che deve avere il futuro Presidente: alto profilo morale, non divisivo, rappresentativo, patriota, etc.
Su una circostanza, però, l’attuale classe politica appare coesa: il desiderio di dimostrare che il pallino, questa volta, è in mano alla politica; come se i partiti politici volessero dire: abbiamo accettato e sosteniamo Draghi, essendoci impegnati a trovare un modo per governare il Paese, ma adesso nessuno ci deve dire chi eleggere e saremo noi a scegliere il Presidente.
Considerato che i grandi elettori sono per la quasi totalità parlamentari in scadenza (tra un anno la legislatura sarà finita e almeno la metà degli attuali parlamentari non sarà più allo stesso posto, sia stando ai sondaggi, sia in considerazione della riduzione del numero dei parlamentari) si potrebbe trattare dell’ultimo desiderio espresso da rappresentanti del popolo che gran parte del popolo non conosceva quando li ha eletti, non ha conosciuto nei cinque anni di legislatura e di cui non ricorderà le (eventuali) iniziative politiche.
Ciò che, almeno stando alle cronache di questi giorni, sicuramente non rende onore al sistema politico-partitico italiano è che gli stessi partiti, che rivendicano con forza il primato della politica nella scelta del Presidente della Repubblica, non hanno ancora proposto il nome di un politico come possibile Presidente, essendo invece ricorrenti i nomi di personalità estranee al mondo della politica.
Probabilmente è fisiologica pretattica e non potrà che rinviarsi ogni analisi compiuta a quando il procedimento che porterà alla elezione del nuovo Capo dello Stato si sarà concluso.
Sin da subito, però, si può dire che la politica nazionale italiana è chiamata a dimostrare di essere all’altezza del compito.
Se poi per svolgere l’alta funzione di Presidente della Repubblica non vi saranno personaggi politici provenienti dai partiti, i partiti stessi non esitino a ricorrere, ancora una volta, ad una personalità non politica.
Sarebbe un altro insuccesso degli attuali partiti, ma ne potrebbero guadagnare il presente e il futuro della politica e, in ultima analisi, del Paese.


















































































