Carissimo Will Smith, ti capisco, e come se ti capisco! Hai stretto la mano di Chris Martin dei Coldplay, il 15 luglio, terza e penultima data delle quattro tappe romane del tour Music Of The Spheres World Tour della rock band britannica. Ti capisco, perché ti assicuro che anche io, come hai dichiarato alla stampa italiana, come te non avrei lavato le mani per un bel po’. Un poco igienico rituale per suggellare una magia che si concretizza con un contatto fisico, una bella stretta di mano e beato te, te lo voglio dire!
A me, resta di “accontentarmi” di aver vissuto una delle serate musicali più incredibili della mia vita (mi verrebbe di aggiungere l’aggettivo giovane accanto al sostantivo vita, ma non voglio cantarmela e suonarmela da sola). Il caldo asfissiante, il sole cocente, la folla che ho visto riversarsi per strada e dissolversi all’improvviso in cerca di ombra e di refrigerio, quasi tre ore di viaggio che dividono Napoli dalla Capitale, il desiderio costante di acqua fresca e la conseguente ricerca di un bagno pubblico in condizioni decenti mi sono sembrati, al cospetto di tanta bellezza musicale, il giusto scotto da pagare (sudando, è il caso di dirlo).
Rose Villaine e Janelle Monáe (grazie Coldplay, la sua esibizione è stato un regalo nel regalo) hanno aperto le quattro date romane, esercizi vocali ad hoc per prepararmi ad estendere al massimo le corde vocali alla prima nota di Chris. A proposito, vorrei poter paragonare l’ingresso sul palco dei Coldplay, ad un evento naturale, nel dettaglio ad un geyser in piena landa vulcanica islandese: un’esplosione di energia e forza da perdere le parole. Parole che ho prontamente recuperato per cantare “Higher Power”, perché va bene la sindrome di Stendhal ma poi tocca riprendersi ed assaporare il bello, parteciparvi ed essere testimoni verbali.
Eccomi allora raccontarvi di uno show di colori: indossati dalla band e da Chris Martin, proiettati dai led che, una volta indossati gli occhiali per la visione 3d in dotazione di ogni spettatore assieme alle luci da polso, si trasformavano in cuori. I colori dei sorrisi e della magia della condivisione, quelli dei videowall alle spalle della band, sincronizzati con il ritmo della musica, con i fasci di luce, con i fuochi d’artificio e con le urla a squarciagola di chi, come me, ha provato a prendere mezza nota di Chris. Spoiler: non ci sono riuscita.
“Viva la Vida” ed il suo <Ohhhhh, ohhhhhhhh!> sono diventati canto di gioia, come un antico linguaggio di qualche tribù primitiva. Durante l’attesa per l’orario d’inizio dello show, è bastato accennarne una nota per connettere tutti gli spettatori sfranti sugli spalti e nel prato, come macchine elettriche ci siamo ricaricate senza il rischio di depotenziarci e perdere la rotta. Pensavamo a quando l’avremmo cantata accompagnando la band, di lì a poco, e ci è passato ogni malessere da colpo di calore.
Potrei documentare puntigliosamente le emozioni generate da ogni momento del concerto, di quante volte io mi sia detta di trovarmi nel posto giusto al momento giusto, di come ogni canzone sia stata una carezza inaspettatamente salvifica, di quanti ricordi meravigliosi si siano aperti come pop up ad ogni nota.
<Ne è valsa la pena? Ne è valsa la pena> dice Carlo Verdone in una scena di “Manuale d’amore” e sinceramente credo di aver detto qualcosa di simile anche io guardando i miei occhi lucidi e felici riflessi nello specchio di casa.
Elisabetta Mauro
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