Vannacci in campo sul Colle e provoca Meloni sulle preferenze.
L’ascesa della generala pesa sulla riforma della legge elettorale. I dubbi di FI e Lega
ROMA, 02 LUG – Mentre gli alleati, in qualche modo, glissano (“c’è ancora molto tempo”, dice oggi Antonio Tajani) è Roberto Vannacci a tirare di nuovo in ballo tra il serio e il provocatorio l’ipotesi di Giorgia Meloni al Colle. “Meloni al Quirinale? Perché no, è una persona capace” osserva il generale spiegando di avere comunque anche propri nomi non politici e chiedendole inoltre di rivedere alcune delle sue posizioni e di imporsi sulle preferenze nella legge elettorale in Parlamento. Non è il primo richiamo che il leader di Futuro Nazionale fa alla premier a impegnarsi su questo punto che viene reiterato dopo poche ore: “il Parlamento tiri fuori gli attributi”. E non è certo un caso se il generale tira ancora una volta in ballo la riforma del sistema di voto diventata, ormai, materia incandescente nel centrodestra. La maggioranza, infatti, deve ancora trovare la quadra finale su alcuni punti del provvedimento a partire, appunto, da quello delle preferenze. I tecnici hanno ancora una settimana di tempo prima che, entro il 13 giugno, gli emendamenti siano presentati in Aula e, il giorno dopo, partano le votazioni. E l’input venuto nella riunione degli sherpa di maggioranza di martedì scorso, alla quale si sono collegati per un parte anche i leader, è quello di andare avanti. Ma l’impressione resta quella di un nodo più politico che tecnico con Lega ed FI che non hanno ancora sciolto i loro dubbi. Secondo alcuni rumors, tra l’altro, nella trattativa potrebbero entrare anche altre questioni come quella della richiesta, avanzata più volte dalla Lega, del Viminale per Salvini. Anche se fonti parlamentari di maggioranza smentiscono l’ipotesi che questo sia un tema all’ordine del giorno anche perché – si osserva – aprirebbe a una serie di richieste da parte degli altri alleati con la premier che non è certo intenzionata a un rimpasto. Al di là delle possibili trattative più o meno verosimili, in tutta la vicenda, poi, la variabile di Futuro Nazionale non fa che contribuire alla fibrillazione. Una variabile con la quale, forse ancora di più con la riforma messa in campo dal centrodestra (col premio che ha sostituito i collegi) la maggioranza dovrà confrontarsi. Ma il generale non lesina attacchi nei confronti degli alleati di FdI. “Forza Italia in Europa spesso vota col Pd noi siamo nati per dialogare col centrodestra”, rivendica. Si tratta, a ben vedere, di una situazione che potrebbe dare luogo a spinte centripete. Con Calenda che già prova a tentare gli azzurri e ha depositato un emendamento alla riforma elettorale per innalzare dal 42 al 45% la soglia oltre la quale le coalizioni si aggiudicano il premio. Una soglia sotto la quale, quindi, essendo abolito il ballottaggio, la distribuzione dei seggi è del tutto proporzionale. Resta insensibile alle ‘sirene’ del centro, invece, Matteo Renzi che mette tutti in guardia. “Meloni – osserva – vuole farsi eleggere Presidente dal Parlamento per governare dal Colle. Quel Palazzo richiede equilibrio, rispetto delle Istituzioni, capacità di unire. Per questo siamo stati orgogliosi di aver eletto Sergio Mattarella, per questo faremo di tutto per evitare una Giorgia Meloni (o un Vannacci) al Colle. Ecco perché noi lavoriamo per un’alleanza di centrosinistra più moderata e meno ideologica rispetto al solo campo largo e al “blocco unico” Avs-Pd-Cinque Stelle”.


















































































