Oggi Mario Merola avrebbe compiuto novant’anni. Il re indiscusso della sceneggiata napoletana ” che cantò per il Presidente USA e fece inchinare Bono Vox.

È nato nel 1934, al Rione Sant’Erasmo di Napoli. L’aneddoto che più rende merito al grande interprete partenopeo riuscito a trasferire oltre oceano un vero e proprio genere, liberandolo dalla regionalità resta senza dubbio l’incontro in mondovisione all’Ariston con Bono Vox, frontman degli U2 che avendo assistito negli Stati Uniti ad uno spettacolo di musica napoletana, lo conosceva. Ospite d’onore a Sanremo 2000,scende tra il pubblico, vede Mario Merola in piedi tra la platea e gli si para davanti. Bono Vox cantando la colonna sonora del film cult “The Million Dollar Hotel“, si avvicina al possente Merola che sembra attenderlo in un gesto di sfida. Mani in tasca nello smoking, sguardo enigmatico, arrivato in ritardo alla serata,stava per accomodarsi in platea guidato dalla maschera.

Il faccia a faccia che ferma il tempo. Il fronteggiarsi di due icone ognuno nel suo genere, poi la tensione palpabile degli sguardi a due millimetri di distanza, finisce in un applauso dell’artista napoletano al divo rock che , a sua volta, ricambia con un gesto che resterà nella storia della musica. Bono si inchina prostrando il capo verso Il cantante partenopeo, riconoscendone il fulgore, omaggiando con quel gesto inequivocabile l’uomo, la carriera e la grandiosità del personaggio partito dal Rione Sant’Erasmo ed arrivato sino alla Casa Bianca. Il re della sceneggiata ha un passato ricco. Ha giocato a calcio e ha militato nelle giovanili del Napoli, rinunciando poi alla professione calcistica per un infortunio alla caviglia. È stato ospite nel 1977, insieme ad altre stelle italiane tra cui Luciano Pavarotti, dall’allora presidente degli Stati Uniti Gerald Ford e dal segretario di stato Henry Kissinger.Gigi D’Alessio è stato il sua pianista ufficiale ed insieme hanno inciso la canzone “Cient’anne“.

E quando le loro strade si sono divise, Mario disse di lui: “Perderò un pianista, ma troveremo un grande artista!”. Gli inizi non sono stati semplici.
Dopo uno sfratto, la famiglia si trasferisce fuori Napoli, per rientrare in città, al Rione Mercato, dove il padre aveva un negozio da ciabattino. Il Merola ragazzino inizia a lavorare consegnando le scarpe ai clienti, poi passa a fare l’aiuto cuoco e, successivamente, il portuale. Fu proprio allora che iniziò a rendersi conto delle proprie abilità canore: “quando uscivo a scaricare le navi con la mia squadra di lavoro, intrattenevo i miei colleghi cantando canzoni napoletane, così mi accorsi di non essere così male come cantante”, confidò Merola in un’intervista rilasciata a Maurizio Costanzo in un trasmissione Rai degli anni settanta.

Un suo amico, Salvatore, gli confida, “Mario tu tieni l’oro alla gola” e lo aiuta ad iscriversi ad un provino. “Era un concorso in un teatro napoeltano e vinsi la medaglia d’oro”.
Mario inizia a far diventare il canto il proprio lavoro, a prendendo lezioni di canto alla Galleria Umberto di Napoli presso lo studio del maestro Mimì Giordano, padre di Giuseppe (che anni dopo scrisse insieme ad Alfieri uno dei brani più iconici di Merola.

Con la collaborazione del maestro Antonio Esposito, Merola si esibisce nei primi Festival e, grazie al discografico Luciano Rondinella, conosce le sue prime esperienze televisive. Negli anni settanta inizia la sua avventura con la Sceneggiata: la prima è “‘A sciurara”,poi “Zappatore”, “Carcerato”, “Lacrime napulitane” e tante altre.
Nel 1973 il debutto sul grande schermo , con il film “Sgarro alla Camorra”, di Ettore Maria Fizzarotti, poi la crisi del cinema italiano si fa sentire, ma a Napoli una troupe, capeggiata da Ciro Ippolito e da Alfonso Brescia fa nascere un nuovo filone con i film “L’ultimo guappo” e “Napoli …serenata calibro 9”. Le due pellicole battono tutti i record di incassi al box office sopratutto a Torino, Milano e Roma. In entrambi in film il protagonista è proprio Mario Merola, che si conferma mattatore del grande schermo.Ma lui si definiva più attore o cantante?
“Sono nato cantante, poi mi sono ritrovato attore. Direi che preferisco questo secondo ruolo, anche perchè, quando canto, tendo sempre ad interpretare molto il brano”, confidò a Gigi Marzullo in una puntata di “Mezzanotte e d’intorni”. Negli anni ottanta riscuote un enorme successo con il brano Chiamate Napoli 081, scritto dal maestro Eduardo Alfieri e dal prefetto Giuseppe Giordano,suo grande amico con cui condivideva la grande passione per il calcio,inseritosi tra le canzoni con cui il pubblico lo identifica, insieme a Guapparia e Zappatore.Grande tifoso del Napoli, di cui stava per diventare presidente. resta celebre la sua smodata esultanza durante un Napoli-Milan 2-0, Coppa del Mediterraneo dell’estate 1992. La sua carriera conta oltre cinquanta album in studio, due dal vivo, oltre sessanta raccolte e una miriade di singoli. Ha recitato in ventuno film per il cinema e due per la Tv. Nel 1994, cantò al Festival di Sanremo nella compagine canora de “La squadra Italia”, con personalità del mondo della canzone, come Nilla Pizzi e Jimmy Fontana. Il suo è un canto materico che sa trascinare.

È il gigante buono che sa piangere, che sa mettere in recita la finta pazzia e la profondità del cuore, senza finzioni, senza trovate da show business. Ha commosso, arricchito tutti coloro che conoscendolo o no, si sono fermati ad ascoltarlo. “A Napoli si dice ‘o babbà’: questo era Mario Merola“, come ricorda il figlio Francesco. Di sé diceva: “Non voglio rimanere nella storia di Napoli, ma nei ricordi di Napoli“. Accontentato. Merola muore il 7 novembre 2006, dopo un ricovero ospedaliero al nosocomio di Castellammare di Stabia per un grave problema al cuore.
Sui manifesti funebri si leggeva: “è mancato l’artista del popolo”. A due anni dalla sua morte, gli viene dedicato un ristorante-museo corredato dai più celebri cimeli della sua vita: dischi, foto, abiti di scena e persino lettere private. Così come, nel quartiere Sant’Anna alla Paludi, sull’angolo della strada che conduce a via Marina, è presente una lapide in suo onore. Si tratta di un ritratto in bronzo di Mario Merola, sotto cui campeggia la frase «V’aggio voluto bene…penzateme». Tutt’oggi, si sente ancora citare l’espressione “alla Mario Merola“: un modo di dire, un paragone, che fa riferimento a quel modo di rendere tutto tragico e melodrammatico che però rimanda sempre al cuore, fulcro della vita e della carriera dell’indimenticato artista.
Maria De Rosa


















































































