“No Time to Die”: il memorabile addio di Daniel Craig all’agente 007

“No Time to Die”: il memorabile addio di Daniel Craig all’agente 007

Dopo una pausa di sette anni e altri diciotto mesi di ritardi No Time to Die, il venticinquesimo film ufficiale di James Bond, lo scorso 28 settembre è finalmente arrivato nelle sale. Ed è valsa la pena aspettare. Spettacolare ed emozionante, l’ultimo capitolo dell’intramontabile serie, diretto da Cary Fukunaga, è la degna conclusione della memorabile interpretazione di Daniel Craig, per l’ultima volta nei panni dell’agente segreto 007.

 

Un’Aston Martin DB5 che sfreccia tra i tornanti di una collina italiana è una visione estatica per i fan di 007. ll rombo del motore annuncia a gran voce che il tempo dell’attesa è finalmente finito: James Bond è tornato. La storia riprende da dove Spectre si era interrotto. Ritroviamo Bond accanto all’affascinante ed enigmatica psicologa Madeleine Swann (Lea Seydoux), pronti a trascorrere una vacanza da sogno a Matera. Gli antichi aggregati di case scavate nella pietra, il bucato steso al vento, le strade acciottolate, le valli profonde, un acquedotto sospeso nel vuoto, i lumi notturni che la fanno sembrare un cielo stellato… la cornice perfetta per godere insieme di “tutto il tempo del mondo”. Ma l’idillio si infrange presto: la SPECTRE lo ha scovato. Come facevano a sapere che Bond era lì? La città diventa sfondo di una lunga sequenza di colpi di scena, inseguimenti ad alta velocità, esplosioni tonanti, piogge di proiettili, scene di combattimento ed acrobazie che ci lasciano col fiato sospeso. I titoli di testa devono ancora scorrere e siamo già totalmente rapiti. È la voce della diciannovenne Billie Eilish ad introdurci nel film, una voce sussurrata che cresce d’intensità sulle note di un piano, una climax toccante, preludio di uno spettacolo profondamente emotivo.

Passano cinque anni. Bond riappare sulla scena in stile Dr. No, portando con sé un pesce appena pescato nelle acque cristalline della Giamaica, dove sta trascorrendo la sua vita da pensionato. A Londra, il suo numero 007 è stato riassegnato a Nomi (Lashana Lynch), la nuova agente che gli è succeduta. Felix Leiter (Jeffrey Wright), agente della CIA, rientra nella vita di Bond in cerca del suo aiuto. Con l’MI6 e la CIA che non parlano, Washington vorrebbe reclutare l’ex agente segreto per catturare uno scienziato russo, Valdo Obruchev (David Dencik), che ha creato una bio-arma contenente nanobot che si diffondono come un virus al tatto e sono codificati su specifici filamenti di DNA in modo da essere pericolosi solo se programmati secondo il codice genetico di un individuo. Bond inizialmente esita ma, dopo una conversazione telefonica tesa con M e un incontro più personale con il nuovo 007, cambia idea. Presto apprende che Blofeld (Christoph Waltz), seppure imprigionato, è in qualche modo coinvolto in questa situazione, così come un infido agente della CIA (Billy Magnussen) e una misteriosa figura conosciuta come Lyutsifer Safin (Rami Malek). Nella missione per catturare Obruchev e sventare il “Progetto Heracles”, Bond è aiutato da Q (Ben Whishaw), da Moneypenny (Naomie Harris) e dall’adorabile Paloma (Ana de Armas), che con sole “tre settimane di addestramento” non lascia sperare nulla di buono. Eppure James dovrà ricredersi: la ragazza si dimostra meno ingenua di quanto dica. I due emanano una forte carica erotica, ma è a questo punto che il film ci sorprende, introducendo un’importante novità: ai vecchi tempi li avremmo visti finire a letto, invece il loro resta un flirt irriverente, che non toglie nulla alla trama e che, anzi, rende tutto più caldo. Anche l’incontro con Nomi, l’emergente agente dell’MI6, sarebbe stata una perfetta scena di seduzione, ma assistiamo a un divertente scambio di battute tra una giovane impertinente che afferma di avere un debole per i “vecchi relitti” e un Bond che mostra gradite note di umiltà e un inaspettato lato deferente. Uno spiritoso scambio di ruoli che, con umorismo, spinge la superspia nell’era post #MeToo.

In effetti, nonostante No Time to Die sia un glorioso tributo al passato di 007, nonostante molti degli elementi classici siano al loro posto: le auto appariscenti e truccate, le elaborate sequenze d’azione, i vodka martini tra un giro del mondo e l’altro, i gadget avveniristici, i cattivi diabolici e i loro scagnozzi, manca un elemento in particolare: il sesso. O meglio, l’unica donna con cui James fa sesso è Madeleine, che ama. Madeleine è l’ultima sua amante, ma in questa relazione c’è dell’altro oltre al tradizionale “seduci e abbandona” tipico di Bond. Egli è visibilmente provato dal tempo, è più vecchio, certamente più saggio, più riflessivo e sembra nascondere dei rimpianti. Si tratta di un’interpretazione del personaggio diversa rispetto a ciò che avevamo visto in precedenza. Craig aveva 51 anni quando è stato realizzato il film, ma due attori sono stati più attempati di lui: Roger Moore, dopo aver compiuto 51 anni, ha interpretato 007 quattro volte, con la sua ultima apparizione filmata all’età di 57 anni, e Sean Connery è tornato nei panni di Bond a 53 anni in Never Say Never Again. Eppure né Moore né Connery hanno presentato una versione così introspettiva dell’agente britannico. Il film ci ricorda che c’è un essere umano ferito e vulnerabile sotto la spia con licenza di uccidere. Le precedenti incarnazioni di quest’ultima sono state caratterizzate dalla spavalderia sexy, dal sopracciglio arcuato e dalla calma e fredda compostezza anche nelle situazioni più pericolose, ma questo aspetto costantemente disinvolto è diventato particolarmente iterativo negli anni di Roger Moore.

Craig ha minimizzato gli aspetti più caricaturali del personaggio e ha esplorato l’interiorità di un uomo perseguitato dalla perdita – in particolare di Vesper Lynd (Eva Green) e M (Judi Dench) – e in lotta con i suoi problemi di fiducia. In No Time to Die Bond combatte contro il tempo, come suggerisce il titolo stesso: tempo che scorre inesorabilmente e ricordo del tempo perduto, volendone dare una lettura proustiana. Egli affronta le ombre della mortalità e della fine della sua utilità. “Sei irrilevante”, gli dice M (Ralph Fiennes) liquidando Bond con gelida franchezza. “Ti ringraziamo per il tuo servizio.” Di certo, oltre a tutto questo, la posta in gioco emozionale è accresciuta da un amore che è molto più del solito flirt passeggero. Quest’abile modulazione di azione adrenalinica e intrigante scavo psicologico ed emotivo, assicura al film l’attenzione e il coinvolgimento dello spettatore, benché la complessa sceneggiatura e i 163 minuti di durata, che ne fanno il film più lungo di tutta la saga.

Craig offre una performance di Bond complessa e stratificata. Altrettanto spessore non ha il suo antagonista, Lyutsifer Safi – interpretato dal premio Oscar Rami Malek – intenzionato ad usare l’arma biologica ideata da Obruchev contro milioni di persone sul pianeta. Safi non è un cattivo ammaliante, di luciferino ha solo il nome e l’ormai consueta mania di ogni villain di distruggere il mondo, e Malek non può fare molto più di quanto non faccia già per renderlo indimenticabile. Bond meritava un nemico finale migliore, seducente e ferocemente spiritoso, di certo non uno che fa il suo ingesso soltanto a metà film. Col volto sfregiato e un debole per le maschere Nō, quello di Malek è un personaggio troppo parodistico, al quale non è dato tempo sufficiente per contraddistinguersi e per acquisire consistenza. La sola novità è che questa volta il desiderio di Bond di mettere il rivale fuori dai giochi è alimentato da un coinvolgimento molto più personale e lo stesso vale per Safi. Di sicuro non sentiremo la mancanza di quest’ultimo nel prossimo capitolo e nemmeno di Ernst Stavro Blofeld, la cui apparizione magniloquente in stile Hannibal Lecter è meno avvincente di quanto ci saremmo aspettati. Piuttosto avremo nostalgia per le carismatiche Nomi e Paloma, capaci di deliziarci nel pur troppo breve spazio riservato loro. Tuttavia questo ci fa sperare di ritrovarle in futuro e chissà se una di loro proprio nei panni di protagonista. Per il momento lasciamoci sbalordire dalle straordinarie sorprese che ci riserva No Time to Die e, soprattutto, godiamoci il canto del cigno di Craig, capace di aprirci un varco nell’anima di un personaggio eterno e di reinterpretare in chiave neoclassica una pietra miliare del cinema.

Elena Sophia Vinchi

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