Un concentrato di Wes Anderson in una fittissima e ardimentosa lettera d’amore ai giornalisti d’altri tempi.
Abbiamo atteso molto, abbiamo assistito tristemente alla cancellazione del Festival di Cannes 2020 e alla decisione di tenere il film in stallo per un altro anno, ma l’11 novembre The French Dispatch è finalmente arrivato anche in Italia. L’ultima agognata opera di Wes Anderson è stata proiettata in anteprima al Palais des Festivals et des Congrès di Cannes il 12 luglio, in occasione dell’altrettanta sospirata 74a edizione del più grande festival cinematografico francese, ed è uscito il 22 ottobre negli Stati Uniti e nel Regno Unito. La scelta del regista di rimandare la presentazione al festival successivo, oggi ha ancor più senso, essendo il suo film una giocosa celebrazione di ciò che è francese, in primis del cinema francese. La pellicola è indubbiamente influenzata dalla Nouvelle Vague e dall’hipsterismo beatnik di Godard, dai giovani ribelli di Truffaut e dalla sua estasi romantica, dalla satira sociale di Renoir, dalla commedia di Tati… persino la personalissima palette cromatica del regista statunitense, sua cifra stilistica peculiare, potrebbe evocare l’incantevole tavolozza di colori dei musical di Jacques Demy.
Tuttavia, nonostante i vari ascendenti, The French Dispatch è inconfondibile. Sicuramente non tutti saranno stati così smaniosi di poter rivedere sul grande schermo un lavoro di Anderson, autore divisivo, polarizzante, idolatrato e detestato con la stessa ardente convinzione, ma anche il detrattore più accanito non potrà negare che è un artista, un artista inimitabile e che non esiste un regista vivente con una firma visiva più riconoscibile, ogni fotogramma è unico, è suo. Anche le immagini meno accattivanti (supposto che ci siano), sono oggetti da collezione, giocattoli meticolosamente realizzati per essere allineati e organizzati come le miniature in stop-motion che ama inserire nei suoi film. Potreste chiamarla pignoleria estetica, ma è una pignoleria estetica brevettata. Anderson è un miniaturista prezioso, è un inventore meravigliosamente eccentrico, la sua cura formale estremamente rigorosa, per alcuni eccessivamente educata, talvolta addirittura vuota, ad ogni modo, foggia bellezza, originalità, fascino, fantasia. The French Dispatch è bello e bizzarro come un acquerello de Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, surreale e visionario come un paesaggio onirico, è il trionfo di ogni singola caratteristica del regista e, al contempo, una loro ammaliante danza di gruppo; alternano i loro passi e si fondono in un tutt’uno in composizioni simmetriche, intricati ambienti geometrici e linee precise, tutti gli strumenti della cassetta degli attrezzi cinematografici andersoniani: schermi divisi, passaggi dal colore al bianco e nero o da un formato all’altro, personaggi centrati che guardano direttamente la telecamera, elaborati set che scorrono sullo sfondo per creare l’illusione del movimento, una sequenza animata, oggetti vintage, dialoghi arguti con linguaggio fiorito, velocità rat-a-tat-tat e un monotono impassibile. Ad affiancare il regista con contributi vitali, lo scenografo Adam Stockhausen, che trasforma l’antica città romana di Angoulême nel luogo immaginario dal nome stravagante di Ennui-sur-Blasé; il direttore della fotografia Robert Yeoman, che rende perfetto il colore, veste d’eleganza unica il bianco e nero, anima le simmetrie e gli angoli spigolosi in composizioni attente; non ultimo, il compositore Alexandre Desplat, i cui temi per pianoforte contribuiscono al tono vivace e sbarazzino della storia.
È difficile immaginare un altro regista che abbia messo questo livello di impegno nella creazione di una commedia, in cui ogni scelta di costumi, oggetti di scena e casting è stata fatta con un’attenzione reverenziale. È proprio l’ensemble stellare che assicura alle creazioni umoristiche del regista di sembrare umane. Un parterre de rois straordinario formato da Benicio del Toro, Frances McDormand, Jeffrey Wright, Adrien Brody, Tilda Swinton, Timothée Chalamet, Saoirse Ronan, Léa Seydoux, Owen Wilson, Mathieu Amalric, Lyna Khoudri, Bill Murray, Elisabeth Moss, Willem Dafoe, Edward Norton, Christoph Waltz¸Guillaume Gallienne, Cécile de France, Jason Schwartzman, Tony Revolori, Rupert Friend, Henry Winkler, Bob Balaban, Hippolyte Girardot, Griffin Dunne. Alcune apparizioni sono poco più che camei (Waltz e Moss), ma i migliori del cast (Murray, Del Toro, Seydoux, McDormand e Wright) tracciano linee nette attorno ai loro personaggi e alle loro carismatiche personalità, tenendosi in perfetto equilibrio tra impassibile ironia e fragilità emotiva.
Non tutti gli attori si incrociano nel corso di quello che è essenzialmente un film antologico in tre atti. Ma tutti si muovono nella città immaginaria francese Ennui-sur-Blasé, dove la vita è scandita da rituali: aprire le persiane per far entrare la luce del primo mattino mentre i cani corrono per le strade acciottolate, una galette des rois per celebrare l’Epifania con tutta la famiglia riunita attorno ad un grande tavolo, discorsi sul più e sul meno accalcati attorno al jukebox di un bar. Non mancano, però, aspetti squallidi, come il quartiere a luci rosse con le sue passeggiatrici e i loro protettori o i topi che corrono sottoterra. È in questa cittadina che sorgono gli uffici di The French Dispatch, reportage domenicale del quotidiano Liberty, Kansas Evening Sun, fondato da Arthur Howitzer Jr. (Murray), che, dopo la prima guerra mondiale, lasciò il Kansas per la Francia per radunare sotto la sua benevola guida i migliori scrittori del tempo, espatriati, talentuosi e innamorati di quello che oggi viene chiamato “giornalismo lento”. Il caporedattore Howitzer stabilisce una regola: “Non piangere nel mio ufficio” e dispensa un saggio consiglio ingannevolmente brillante: “Fallo sembrare come se tu l’avessi scritto così di proposito”. Il personaggio è ispirato ai leggendari editori del New Yorker Harold Ross e William Shawn e, in effetti, l’ultimo film di Anderson è, per sua stessa ammissione, “una lettera d’amore ai giornalisti” e, aggiungiamo noi, alla rivista The New Yorker, che Wes ragazzo leggeva voracemente sin dalle superiori. Oltre al puro piacere estetico, nel film c’è anche una buona dose di divertimento e, soprattutto, un manifesto amore del regista per la parola scritta e per i personaggi stravaganti che dedicano ad essa la loro vita professionale.
Le disposizioni testamentarie di Howitzer prevedono che la rivista venga chiusa alla sua scomparsa. Quando nel 1975 un infarto fatale pone fine ai suoi giorni, lo staff onora l’amato editore e il periodico, dando forma ad un ultimo numero. È così che prende le mosse una struttura di storie a incastro, un film antologico costruito su un necrologio, una guida di viaggio e tre articoli di approfondimento. Il necrologio è, appunto, quello dell’ormai ex fondatore del The French Dispatch, mentre la rubrica di viaggio è scritta dal “reporter in bicicletta” Herbsaint Sazerac (Wilson), che gira per la città in sella, descrivendo ironicamente una tipica giornata ad Ennui e le sue trasformazioni dal passato al futuro.
Il primo dei lungometraggi è Il Capolavoro Concreto, uscito dalla penna della corrispondente d’arte J.K.L. Berensen (Swinton), la quale traccia il profilo artistico di Moses Rosenthaler (Del Toro), un pittore in carcere per duplice omicidio che, ispirato dalla sua musa, nonché guardia carceraria Simone (Seydoux) e affiancato dall’avido commerciante d’arte Cadazio (Brody), dà vita all’espressionismo astratto. Questo capitolo è il migliore dei tre, il più divertente e toccante, ed è l’unico che avremmo desiderato vedere ampliato in un intero lungometraggio a sé stante. L’episodio è una parodia sia della tortura a cui viene sottoposto il processo creativo sia dell’ossessione per la storia personale dell’artista, spesso strumentalizzata al fine di mercificare le sue opere. Gli spunti di riflessioni sono molteplici, sebbene il tono e l’intento di Anderson siano umoristici, l’autore è serio quando sottolinea la capacità dei suoi personaggi di credere così appassionatamente in qualcosa. È qui che ritroviamo l’Anderson di Rushmore, I Tenenbaum e Grand Budapest Hotel, che alla perfezione della forma associavano una profondità emotiva persistente e impattante.
Il secondo lungometraggio è Revisioni a un Manifesto, un racconto delle proteste studentesche del maggio 1968, raccontate dalla stimata Lucinda Krementz (McDormand). Mentre si occupa di un gruppo di studenti che tentano di rovesciare secoli di autorità repubblicana e, cosa forse più importante, di ottenere l’accesso al dormitorio delle ragazze, Krementz ricorda costantemente a coloro che incontra l’importanza della neutralità giornalistica. Tuttavia, non segue esattamente questo approccio e non solo avrà una relazione con il leader rivoluzionario/maestro di scacchi Zeffirelli (Chalamet), ma lo aiuterà anche a riscrivere il suo manifesto. Anderson elude accuratamente qualsiasi accenno di politica, nascondendo il dissenso dietro tinte pastello.
Il racconto finale è La sala da pranzo privata del commissario di polizia, in cui il giornalista enogastronomico Roebuck Wright (Jeffrey Wright) (ispirato a James Baldwin, scrittore statunitense afroamericano gay, che espatriò a Parigi, dove finalmente provò un senso di appartenenza), nel bel mezzo di un’intervista al leggendario chef della stazione di polizia Nescaffier (Park), viene coinvolto nel rapimento del giovane figlio del commissario (Amalric) ed è qui che il regista si abbandona a uno dei suoi caratteristici, folli e rocamboleschi inseguimenti automobilistici e, dall’azione dal vivo, passa a una meravigliosa sequenza d’animazione disegnata a mano che ricorda un fumetto di Tintin. Sullo sfondo, tematiche come il razzismo, l’omofobia e la criminalità organizzata.
In somma, c’è davvero tanta carne sul fuoco, mantenere la coerenza è un compito difficile e l’ulteriore sfida del formato episodico è coinvolgere il pubblico con personaggi che, per necessità, devono essere dipinti con pennellate veloci. The French Dispatch, nella maggioranza dei casi, purtroppo, si attiene alla regola del “non piangere” affissa nell’ufficio di Howitzer, ma, pur mantenendo una temperatura emotiva piuttosto bassa, il film non può ridursi a una bellissima, coloratissima matrioska priva di un cuore pulsante. Sentiamo il battito nella costante malinconia di sottofondo, che scorgiamo spesso nello sguardo di molti di questi personaggi immaginari e nella nostalgia di Anderson per un giornalismo d’altri tempi che sta chiudendo i battenti, esattamente come la rivista che dà il titolo alla sua opera.
Elena Sophia Vinchi


















































































