La questione dell’attribuzione della cittadinanza è fondamentale in ogni stato di diritto e non è un caso quindi che negli ultimi mesi sia tornata nuovamente al centro del dibattito politico del nostro Paese. Tuttavia se fino ad ora si era sempre ed esclusivamente discusso di due soli principi (lo Ius Sanguis e lo Ius Soli) al momento si parla di una possibile nuova via: lo ius Scholae. Tuttavia, prima di parlare di quest’ultimo cerchiamo di approfondire gli altri due principi sopracitati per creare un quadro generale della situazione.
Cos’è lo Ius Sanguis?
Lo Ius Sanguis, dal latino “diritto del sangue”, è il principio su cui attualmente si basa l’acquisizione della cittadinanza italiana, ed è regolamentato dalla Legge 91 del 1992. Questo principio, che non è legato al concetto di “luogo di nascita”, prevede che la cittadinanza sia acquisita attraverso discendenza o filiazione; di conseguenza, anche se nato in Italia, il figlio di un genitore straniero non viene considerato italiano e non ottiene la cittadinanza.
Nonostante lo Ius Sanguis sia attualmente l’unico principio vigente in materia di cittadinanza, esistono anche altri modi (seppur più complessi) per ottenerla: ad esempio, sempre legge 91, stabilisce che un soggetto nato in Italia da genitori stranieri può richiedere ed ottenere la cittadinanza entro dodici mesi dal raggiungimento della maggiore età, a patto che abbia soggiornato regolarmente sul territorio della Repubblica.
Cos’è lo Ius Soli?
Allo Ius Sanguis si contrappone lo Ius Soli, dal latino “diritto del suolo”. Questo principio è invece legato al concetto del “luogo di nascita” e prevede quindi che la cittadinanza possa essere acquisita se si nasce nel territorio italiano. In Italia l’applicazione dello Ius Soli è possibile solo in alcuni casi (ad esempio per i figli di genitori stranieri che non possono trasmettere la cittadinanza, per i figli di genitori ignoti e per i figli di genitori senza cittadinanza) ma si tratta, appunto, sempre dell’eccezione e non della regola.
Cos’è lo Ius Scholae?
Lo Ius Scholae è, invece, un principio che se applicato permetterebbe l’acquisizione della cittadinanza ai minori, nati in Italia o qui giunti prima del dodicesimo anno di età e legalmente residenti nel Paese, che frequentano uno a più cicli scolastici per almeno cinque anni.
Dando uno sguardo generale all’UE, c’è una media di 6,8 anni di residenza regolare richiesta, con variazioni a seconda del Paese. In Polonia, per esempio, vengono richiesti tre anni di residenza; in Italia e Slovenia, invece, dieci anni. In alcuni Paesi, come il Belgio, è previsto lo ius soli temperato dalla residenza dei genitori; in altri (come la Francia e il Lussemburgo) il doppio ius soli, che consiste nella possibilità di acquisire la cittadinanza quando almeno un genitore è nato sul territorio. Secondo il rapporto IMMERSE (Integration Mapping of refugee and Migrant children in School and Other Experiential Environments in Europe), il possesso di cittadinanza segna profondamente le nuove generazioni di origine immigrata: tali minorenni si interfacciano con varie realtà e spesso sono esposti a discriminazioni e pregiudizi. È importante, quindi, riconoscere tali giovani come cittadini a tutti gli effetti, così da aumentare il loro senso di inclusione nella comunità.
Ma qual è la posizione dei partiti politici italiani rispetto alla ius scholae?
Tendenzialmente, si può affermare che la sinistra è una sostenitrice di tale riforma, considerandola inclusiva, gratificante e fondamentale per garantire i diritti ai giovani che crescono in Italia, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. La destra, d’altro canto, è maggiormente opposta sia alla ius scholae che alla ius soli, sostenendo che la cittadinanza italiana debba essere legata esclusivamente alla nazionalità dei genitori, vedendola come un valore tradizionale piuttosto che come una modalità di integrazione e legame tra uomo, territorio e comunità.
Caterina Maria Del Prete
Maria Anna Saviano


















































































