Possibile rischio di una nuova crisi finanziaria

Possibile rischio di una nuova crisi finanziaria

Il possibile rischio di una nuova crisi finanziaria

L’emergenza sanitaria causata da Covid-19 ha indotto la più grande crisi economica che il mondo abbia mai affrontato negli ultimi 100 anni dalla Grande Depressione del ’29.

Le PMI si sono trovate a fronteggiare le ricadute economiche e strutturali della pandemia partendo da situazioni di liquidità e patrimonializzazione, rilevanti per la valutazione del merito creditizio e relativa sostenibilità, non adeguate.

La maggior parte delle aziende (70%) si trova in difficoltà finanziarie, con problemi di liquidità, dettati da strutture di costi parzialmente fisse e flussi di ricavi ridotti o in ritardo.

A seguito dello scoppio della pandemia di COVID-19 e delle relative misure restrittive che hanno causato un netto rallentamento dell’economia nazionale, il Governo italiano ha approvato in modo tempestivo misure per favorire imprese e privati che necessitavano di liquidità.

Tra le misure introdotte si segnalano quelle relative alla concessione di garanzia statale sui finanziamenti (attraverso garanzie SACE e fondi di garanzia per le PMI) e le misure di moratoria parziale o totale dei finanziamenti in regime di neutralità attuariale.

Dal comunicato stampa n° 10 del 13/01/2022 emesso dal MEF si evidenzia che risultano ancora attive moratorie su prestiti del valore di circa 44 miliardi, degli oltre 221 miliardi di valore delle richieste al Fondo di Garanzia PMI emesse da inizio pandemia.Pari a circa 32,3 miliardi di euro i volumi complessivi dei prestiti garantiti da SACE.

Sono questi i principali risultati della rilevazione effettuata dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19, di cui fanno parte Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dello Sviluppo Economico, Banca d’Italia, Associazione Bancaria Italiana, Mediocredito Centrale e Sace

Quindi, sulla base di dati preliminari analizzati, riferiti al 31 dicembre 2021, risultano ancora in essere moratorie su prestiti del valore complessivo di circa 44 miliardi, pari a circa il 17% di tutte le moratorie accordate dal mese di marzo 2020. Si stima che tale importo faccia capo a circa 400 mila richiedenti totali, tra famiglie e imprese.

L’importo delle moratorie in essere differisce da quello delle moratorie concesse per vari motivi, tra cui il venire a scadenza di una parte di esse.

Il vero punto di domanda che getta ombre sul futuro è rappresentato, adesso, dalla nuova emergenza liquidità per quasi 700 mila aziende italiane che, ad inizio 2022, rischiano il default a causa della fine della moratoria dei finanziamenti concessi dalle banche introdotta con il decreto-legge “Cura Italia nel 2020.

Infatti, proprio dal 2022, le imprese che hanno ottenuto nuovi finanziamenti agevolati in continuità con le misure del Cura Italia e del Decreto Liquidità Imprese, dovranno avviare la restituzione non solo della quota interessi ma anche della quota capitale, con il rischio di ritrovarsi insolventi oltre a dover affrontare l’aumento dei costi dell’energia per i ritardi di approvvigionamento delle materie prime.

Una situazione capace di poter generare un crac che potrebbe costare circa 27 miliardi di euro.

Si tratta del possibile scenario delineato dagli studi di settore per il rischio insolvenza, considerato che la moratoria si è conclusa lo scorso 31 dicembre e che non è stata rinnovata al fine di evitare una procedura di infrazione da parte dell’Ue nei confronti dell’Italia per aiuto di stato illegittimo.

Dal 1 gennaio, inoltre, è stato ripristinato il termine ordinario di 60 giorni dalla data di notifica delle cartelle relative all’agenzia delle entrate, quindi una ulteriore difficoltà per le imprese che, per il Decreto “Cura Italia”, fino al 31 dicembre avevano a disposizione 150 giorni.

Un’altra considerazione interessante è quella a cui giunge uno studio effettuato da CERVED che, partendo da uno scenario Covid-base, che considera cioè l’impatto avuto dalla pandemia sui default delle imprese, in base al grado di rischiosità, prevede unnumero di chiusure pari a 5.475, con un trend in crescita rispetto alle chiusure del 2019 (+10,7%).

Il numero di Pmi “zombie” tra quelle ancora operative sul mercato sarebbe, secondo queste stime, pari a 1.684.

In questo quadro, quindi, è necessario che le ampie risorse del PNRR vadano a rafforzare le imprese indebolite dalla crisi ma con il potenziale di creare ricchezza e occupazione e non società decotte senza prospettive. E qui si ritorna al tema delle zombie firm, concetto ormai entrato nell’attuale linguaggio economico, insieme a quello di zombie lending, cioè di finanziamento erogato a zombie firm invece che ad aziende meritevoli.

A queste cifre si è arrivati applicando al caso italiano l’approccio metodologico risultante dall’analisi condotta in un recente documento del Gruppo dei 30, che fornisce una guida per gestire al meglio questa fase pandemica, distinguendo le imprese in base al grado di sostenibilità economica e finanziaria.

Anche secondo il documento, infatti, il supporto pubblico si deve concentrare sulle imprese che hanno buone prospettive economiche, anche se con problemi di natura finanziaria (ritenuti superabili), fornendo liquidità o capitali.

Viceversa, non bisogna supportare né imprese senza prospettive economiche, che potrebbero diventare zombie firms, né quelle che hanno una struttura finanziaria robusta, che possono rivolgersi direttamente al mercato.

La mancanza di strumenti efficaci in un contesto in cui la pandemia sta rimettendo in discussione la paventata ripresa economica sta creando molta apprensione tra le associazioni di categoria, soprattutto quelle imprenditoriali.

È evidente che lasciare immutate le misure finora messe in campo(a parte le moratorie, destinate comunque a terminare) determina un onere a carico delle casse pubbliche più elevato rispetto a una riduzione progressiva delle garanzie. Peraltro, per le garanzie Sace è prevista una proroga sulla valutazione del rating tout court fino a fine giugno.

Risulta al momento indispensabile individuare ed attuare misure e strumenti che consentano alle imprese di gestire al meglio il rientro alla normalità e possano assicurare la prosecuzione delle attività anche mediante ipotesi di:

Allungamento delle esposizioni debitorie, con la possibilità di erogare ulteriore credito;
Estensione della garanzia pubblica, prevedendo la complementarità tra pubblico e privato;
Proroga della eliminazione delle valutazioni di rating, per l’accesso al Fondo di Garanzia per le PMI oltre il 30 giugno 2022;
Creazione di nuovi strumenti di finanziamento adatti a supportare le aziende differenti dal credito bancario;
Riduzione della fiscalità per gli investimenti privati nelle aziende.

Inoltre, è necessario operare anche su un profondo cambiamento culturale volto a modificare l’accesso ai mercati dei capitali, e in particolare il passaggio dal rapporto banca-impresa a quello impresa-investitore, così da attivare un processo per le imprese italiane che determini un superiore grado di trasparenza della gestione dell’impresa nonché un miglioramento della qualità della governance e delle tipologie di finanziamento.

Renato Scognamiglio

Coordinatore Azione Dipartimento Imprese Campania

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